Super Robots giapponesi: come sono cambiati negli anni

Siete pronti per il ritorno dei Super Robots? Ripercorriamo la storia del genere per arrivare preparati.

Gli anime al cinema non sono più una novità e, visti i risultati al botteghino, possiamo aspettarci che diventeranno (per fortuna) una routine. Quello che forse non tutti sanno, però, è che i primi lungometraggi d’animazione giapponese a venire proiettati nelle nostre sale risalgono al 1979, e avevano come protagonisti gli idoli indiscussi di quegli anni: i robottoni. Mazinga contro gli Ufo robot, Gli Ufo robot contro gli Invasori spaziali e Goldrake contro Mazinga, in realtà, erano principalmente posticci montaggi nostrani, ottenuti incollando tra loro parti di film e speciali cinematografici pensati, in originale, per essere autoconclusivi. A peggiorare il risultato ci si mise anche l’adattamento invasivo, caratterizzato da dialoghi inventati, modifiche, censure e traduzioni libere – tutte abitudini, queste, che la tv italiana non si sarebbe tolta almeno fino alla fine degli anni ’90, con i primi anime trasmessi da Mtv.

Oggi, invece, Koch Media e Yamato Video rendono giustizia ai giganti d’acciaio con Le Notti dei Super Robot, una rassegna che riporterà per due giorni questi tre classici sul grande schermo, rimasterizzati in hd e con un nuovo doppiaggio fedele all’originale (il prossimo appuntamento è per il 2 dicembre).

Il termine che definisce il genere dei robottoni è mecha, dal latino mechanica. Questo, però, solo in occidente; in Giappone, infatti, mecha è tutto ciò che è borderline tra tecnologico e fantascientifico, mentre gli anime sui robot si chiamano semplicemente… anime sui robot.

La storia e l’evoluzione del genere robotico sono legate a doppio filo a quelle dell’animazione giapponese stessa, e della sua successiva diffusione internazionale. Chiedersi che cosa abbia reso i robottoni così famosi probabilmente è superfluo perché, in fondo: sono giganteschi, invincibili, sparano razzi in faccia ai cattivi, volano e si trasformano pure. In pratica sono la cosa più figa del mondo, e casomai sarebbe utile uno studio sul perché non sono ancora più famosi. Ma come qualsiasi fenomeno che ottenga una popolarità esponenziale, in questo caso tale addirittura da avviare un genere, è interessante calarlo nel suo contesto d’origine.

Leggenda vuole che tutto cominci da un uomo bloccato nel traffico. Il poverino, esasperato, si trovò ad immaginare che alla sua automobile spuntassero gambe e braccia, con le quali muoversi agilmente attraverso l’ingorgo. Quell’uomo era Kiyoshi Nagai, in arte Go Nagai, e da quell’idea naque Mazinger Z, il primo robot gigante pilotato dall’interno da un essere umano. Nagai viveva nel Giappone dei primi anni ’70, in piena ripresa economica grazie alla crescita dell’industria tecnologica, che nel giro di pochi anni minò e superò l’egemonia degli Stati Uniti in un mercato che prima sembrava blindato. Ma era anche un giovane nato nel 1945, sul finire di una guerra che aveva spezzato l’orgoglio del suo paese assoggettandolo all’incubo della bomba atomica. Le due cose non potevano che incontrarsi. Mazinger era sì una figata, ma anche un esorcismo; era un ragazzo di ventotto anni che s’immaginava un salvatore tecnologico, capace di difendere il suo popolo (“perché i nemici attaccano sempre Tokyo?”) da un nemico spietato che arriva dall’alto.

 Super Robot 01

I mecha tradizionali (e, va da sé, i loro piloti) sono eroi da sogno: potenti, inscalfibili, sanno sempre che cosa fare e non conoscono la paura, agiscono solo in favore del bene assoluto. Per un bambino, il ruolo del pilota è del tutto invidiabile. Chi non vorrebbe salire sull’invincibile Goldrake (Grendizer in originale) e prendere a calci i cattivi al grido di “Alabarda spaziale!”?

Super Robot

Questi robot idealizzati, praticamente divini, in gergo prendono il nome di super robot. Bisognerà aspettare il 1979 perché il genio di Yoshiyuki Tomino, con i suoi Gundam, affianchi loro i così detti real robot: macchine che si guastano, che hanno dei costi, delle limitazioni, e che si muovono solitamente in un contesto militarizzato. Accresce anche l’attenzione sul lato umano delle vicende, dall’assetto politico e sociale del mondo in cui queste si svolgono, fino alla più attenta caratterizzazione dei loro protagonisti. Da questo punto di vista, però, a fare da spartiacque è Patlabor, nel 1988. La serie vanta la collaborazione di alcuni tra i migliori nomi dell’animazione anni ’80 (tra gli altri Akemi Takada e Mamoru Oshii) e rielabora sapientemente il realismo di Tomino per costruire una trama incentrata non tanto sui combattimenti, quanto sul quotidiano dei protagonisti. I robot, da sempre associati a un concetto di giustizia, diventano un mezzo neutrale nelle mani degli uomini, che seguono invece ciascuno i propri interessi. Da qui l’idea della polizia mobile, che si serve degli avanzati Pat Labor per contrastare le azioni criminali compiute sui Labor, mezzi ideati per il lavoro manuale pesante.

Nel 1995 Hideaki Anno, già regista del più tradizionale Gunbuster, decide di far compiere al genere robotico un ulteriore passo avanti, e crea con il giovane Studio Gainax il suo celebre e controverso Neon Genesis Evangelion.

Gli Evangelion hanno origine biologica e un aspetto longilineo, là dove i mecha erano sempre stati tozzi. Se i Gundam avevano qualche problema, loro ne sono una fabbrica: si rompono facilmente, i costi di riparazione sono esorbitanti, hanno un’autonomia limitata (si parla di pochi minuti) e per questo devono restare collegati a un generatore per mezzo di un cavo. Come se non bastasse, gli Eva sono inclini a impazzire, a rivoltarsi contro i propri creatori, ad assorbire i propri piloti e, in casi estremi, a diventare dei e distruggere il mondo. Dei simpaticoni, insomma. D’altra parte, così come Go Nagai ha vissuto la ripresa del Giappone, Anno è stato invece testimone del suo crollo, concretizzatosi in quegli anni con lo scoppio dell’estate bouble. La vicenda umana, in Evangelion, ha più spazio degli stessi mecha, e guida lo spettatore a una drammatica conclusione: il nemico dell’uomo non è una minaccia esterna, ma l’uomo stesso.

Nel decennio successivo, il genere robotico rimane sotto scacco. Alla nuova generazione non interessano più gli spensierati mecha tradizionali, e quelli nuovi s’infarciscono di riflessioni filosofiche e riferimenti religiosi posticci, con risultati incerti quando non addirittura comici. Negli anni ’90 abbiamo tuttavia ibridi fantasy-romantico ben riusciti, I cieli di Escaflowne e Magic Knight Rayearth. Qualcosa di simile avverrà nuovamente nel 2006 col fortunato Code Geass, che inserisce nel contesto mecha la fantapolitica e un tocco di Death Note.

Nel 2007, infine, è proprio lo Studio Gainax a scrollarsi di dosso il torpore con Sfondamento dei cieli Gurren Lagann. La serie ha trama e personaggi indubbiamente più solidi rispetto a quelli del passato, ma dagli anni ’70 recupera orgogliosamente quell’immaginario eroico, idealista e fracassone. Basti pensare che, a un certo punto, i robot diventano talmente grossi che combattono lanciandosi addosso… galassie.

L’eredità di Mazinger e dei super robot, anche se per qualche decennio è rimasta eclissata, non è mai stata dimenticata. Al contrario, si evolve coi tempi. Il manga Shin Mazinger Zero (pubblicato in Italia da J-Pop) scritto dal duo Tabata e Yogo col benestare di Go Nagai, rimmagina la storia di Koji Kabuto in chiave moderna, più complessa e violenta, ma assolutamente in linea con lo spirito originale. Sempre in tema di vecchie glorie tirate a lucido, vale la pena di recuperare anche gli anime Shin Getter Robot – The Last Day (1998) e Mazinger Edition Z (2009, disponibile sul canale di Yamato Animation).

È difficile prevedere come si evolveranno i robottoni da qui in poi, ma noi speriamo che restino sempre gli stessi: maestosi, esagerati, esaltanti, a volte assurdi, ma di quell’assurdità che a dieci, trenta, cinquant’anni, ti fa venire voglia di urlare: “Space Thunder!”.

Un pensiero su “Super Robots giapponesi: come sono cambiati negli anni

  1. Fabio Parodi

    A leggere l’articolo mi si gonfia il cuore di nostalgia: sarei lietissimo di mostrare ai miei nipoti gl’eroi della nostra infanzia. Speriamo che tornino, visto che sono stati “riesumati” programmi assai meno interessanti ed appassionanti.

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